Se estrapoliamo dal vangelo solo questo o quell’aspetto della vita e dell’opera di Gesù, se non integriamo la figura di Cristo nella sua interezza — mite, sì, ma anche duro, tagliente, provocatorio, persino violento in alcuni gesti — la bussola evangelica rischia di diventare un sentimentalismo innocuo e insignificante. Quella di Gesù non è una figura melliflua, sentimentalistica, stereotipizzabile. Ad essa ci si può e ci si deve accostare con semplicità ma non con acritica ingenuità, bensì con rigore e senza edulcorare alcunchè della sua vita e della sua predicazione. Cristo non è solo “mite e umile”: è anche intransigente. Il vangelo presenta un Cristo che rimprovera i discepoli con durezza (“Uomini di poca fede”), risponde alla madre con una frase che oggi definiremmo brusca (“Che ho da fare con te, o donna?”), scaccia i mercanti del tempio con un gesto fisicamente violento, pronuncia invettive durissime contro i farisei (“Guai a voi, ipocriti!”), annuncia giudizi escatologici che fanno tremare. Questa è la stessa persona che dice: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.” Dunque: la mitezza evangelica non è debolezza, né remissività, né accomodamento. È una forza che sa essere dolce e sa essere tagliente.
La bussola evangelica deve tenere insieme tutto Cristo, non solo una parte. Se prendiamo solo la mitezza, diventiamo innocui. Se prendiamo solo la durezza, diventiamo fanatici. La bussola deve integrare tre dimensioni: a) la mitezza verso i piccoli, i fragili, i peccatori. Cristo, infatti, non è mai duro con chi è ferito; b) la durezza verso chi usa Dio per opprimere. Cristo è implacabile con chi manipola la religione e fa un uso improprio della fede, con chi usa la legge per opprimere o schiacciare, con chi si crede giusto, con chi si nasconde dietro la tradizione per non convertirsi alla vera volontà di Dio; c) la radicalità verso se stesso. Cristo non chiede agli altri ciò che non vive personalmente. La sua durezza non è mai autoassolutoria. Continua a leggere→
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