Mi sembra corretto avvertire i gentili visitatori di questo blog che www.vangeloedemocrazia.it ha il suo atto di nascita, il suo presupposto spirituale e religioso, in un altro sito, di cui sono responsabile, ovvero www.foglimariani.it. Tutto ciò che si pubblica nel blog, ivi compresi scritti poetici di intonazione apparentemente intimistica e/o moralistica, non prescinde mai, tanto nei pregi quanto nei possibili limiti, da tutto ciò che, nei precedenti anni, è stato pubblicato nel sito dedicato a Maria di Nazareth, un sito che in poco più di un decennio ha registrato diverse migliaia di visitatori. Non è la prima volta che di ciò informo i lettori ma ho ritenuto che fosse opportuno, di tanto in tanto, ricordarlo. F.sco di Maria
Pensieri per esseri pensanti
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Senza titolo
Non rimpiangere il bene che hai/dato, persino a chi non l’ha/saputo accogliere. La tua gentilezza/parla di te, non di chi la riceve./Agire con cuore è un atto di/forza, non di debolezza./Anche se non torna indietro,/lascia luce dentro di te. Non/lasciare che l’ingratitudine/spenga ciò che sei./Chi ama con verità, vince sempre:/chi ama con falsità, perde sempre.
Teresa Saetta
é così raro che due persone, fatte l’una per l’altra, si incontrino. Il mondo è pieno di persone infelici che si innamorano del tipo sbagliato, che restano sole, che soffrono, che piangono lacrime amare. Che credono di conoscere il sapore dell’amore e, invece, ne hanno assaggiato solo un pallido surrogato.
Ferzan Ozpetek
Una bella donna non è colei di cui si lodano le gambe o le braccia, ma quella il cui aspetto complessivo è di tale bellezza da togliere la possibilità di ammirare le singole parti
Seneca
Che cosa misera è l’umanità se non sa elevarsi oltre l’umano
Seneca
ll bambino che ha più bisogno d’amore lo chiederà nei modi meno amorevoli.
Martin L. Kutscher
Gli uomini dai pensieri profondi provano, nei rapporti con gli altri, l’impressione di essere dei commedianti, perchè, quando vogliono essere compresi, devono fingere di essere superficiali.
Friedrich Nietzsche
Alcune persone non vogliono sentire la verità, perchè non vogliono che le loro illusioni siano distrutte.
Friedrich Nietzsche
Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma nel sapere per che cosa si vive.
Fëdor Dostoevskij
Bisognerebbe smettere di chiamare intelligenza la furbizia. Essere onesti, anche quando costa, vale molto di più che ottenere un vantaggio imbrogliando. Ed è questo che dovremmo insegnare ai ragazzi: a pensare con la propria testa e a non vivere a spese della coscienza.
Margherita Hack
Cassazione: corte di giustizia o Moloch istituzionale autoreferenziale?
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E’ del tutto legittimo chiedersi se l’apparato amministrativo, perduta l’originaria razionalità strumentale di matrice weberiana, non si configuri ormai tendenzialmente come un Moloch istituzionale autoreferenziale, un corpo separato dallo Stato e impermeabile alle concrete istanze civili. Quante volte capita di chiedersi se la Cassazione sia una vera corte di giustizia popolare oppure una macchina burocratica senz’anima che sforna sentenze quasi sempre fondate su motivazioni arzigogolate e oscure che solo coloro che ne fanno parte dicono di trovare perfettamente comprensibili, un sistema pubblico o amministrativo rigido, impersonale e freddo, che segue regole fisse senza considerare i bisogni reali delle persone. E’ bene dirlo subito: in via fattuale, che è quel che più conta, la Cassazione non è né un tribunale “popolare” né una semplice macchina burocratica: è un organo con una funzione molto specifica, che spesso viene fraintesa. Essa è una corte tecnica, non popolare. La sua funzione non è “fare giustizia” nel senso comune, ma garantire la coerenza del sistema giuridico. Questo la porta a scrivere sentenze dense, formalistiche e spesso difficili da decifrare per chi non vive immerso nel linguaggio giuridico, che è una specie di mondo accanto o al di sopra del mondo reale. Non è una corte popolare perché non giudica i fatti ma solo il diritto. Non decide se Tizio ha davvero rubato o se Caio ha davvero truffato: decide se i giudici di merito hanno applicato correttamente le norme e rispettato le regole del processo. Non riascolta testimoni, non rivaluta prove, non entra nella vita concreta delle persone, e questo la allontana dalla percezione di “giustizia” che ha il cittadino comune. Ha un ruolo di uniformazione, quasi da “custode della grammatica giuridica”: deve evitare che in Italia si applichi il diritto in modo incoerente tra Milano, Palermo e Torino. Continua a leggere
La tennista
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Donna ucraina
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L’illusione di Babilonia e il riscatto del pluralismo: per una Critica della “Critica critica” nel diritto contemporaneo
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Parte Prima: premesse, princìpi, obiettivi
1. L’archetipo della Torre e la razionalità del limite
In primo luogo, bisogna rispettare una evidente priorità metodologica ovvero l’applicazione di una Critica della critica critica a quello che è senza dubbio il nodo più drammatico della modernità giuridica, ovvero lo scontro tra l’autonomia costituzionale dei popoli e la pretesa universalistica del diritto sovranazionale. Se la “critica critica” si limita ad allineare formalmente le sentenze della Corte Costituzionale con quelle della Corte di Strasburgo o di Lussemburgo, considerandole tappe inevitabili di un “progresso” lineare, la nostra Critica della Critica critica deve svelare la realtà retrostante: dietro questa spinta all’omologazione globale si nasconde spesso la “moderna Babilonia”, ossia un apparato tecnico-burocratico che neutralizza le differenze storiche, le identità etiche e le sovranità democratiche in nome di un’astratta neutralità (Cfr. F. di Maria, Vangelo, democrazia e moderna Babilonia, Ed. Segno,Tavagnacco (Ud), 2019). Per farlo con assoluto rigore, occorre appoggiarsi a giganti del pensiero che hanno cercato — o cercano — questo giusto bilanciamento, rifiutando sia il nazionalismo cieco sia il cosmopolitismo livellatore. Continua a leggere
La critica critica e il suo superamento nel diritto contemporaneo*
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Non vorrei allargarmi troppo, ma credo che il problema di fondo, per quanto riguarda la letteratura critica esistente sui problemi del diritto, almeno in Italia, sia costituito nella maggior parte dei casi non già dalla mancanza di rigore logico e metodologico, di precisione linguistico-terminologica, di spirito critico e problematico, di profondità analitico-argomentativa, quanto dalla tendenziale mancanza di propensione ad orientare le indagini, per quanto circoscritte a questioni specifiche e ben determinate, alla totalità dei loro aspetti costitutivi, all’insieme degli elementi teorici e pratici che concorrono in egual misura a formarne le strutture portanti. Succede oggi con gli studiosi e gli esperti di diritto, quel che accadeva con i giovani hegeliani nella prima metà dell’800 accusati da Marx di trattare l’esperienza storica, la realtà storico-materiale come semplice pretesto per produrre sempre nuove teorie, non come concreto luogo di contraddizioni e di lancinanti sofferenze. Troppo spesso accade che, nell’ambito delle scienze giuridiche e giurisprudenziali (ma può anche darsi nell’ambito di altre discipline), la prassi sia postulata più che indagata, sia menzionata più che analiticamente e realisticamente utilizzata nelle indagini. Continua a leggere
L’ombra del giusto: la critica psicologica della magistratura d’élite
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- La maschera della perfezione e il paradosso pasoliniano.
Si sarà notato come in Pier Paolo Pasolini non ci sia solo una critica ideologica e politica della magistratura, ma anche una critica psicologica di essa, per cui accade, non proprio di rado, che persino magistrati considerati valenti dal punto di vista processuale (la preparazione, l’esperienza giuridica, il rigore e l’indipendenza di giudizio), possano lasciarsi andare a decisioni avventate, sconsiderate, solo per favorire in modo occulto, al di fuori del senso contestuale delle regole giuridiche, qualche amico o gruppo politico o specifico segmento sociale e/o economico-finanziario. In questo modo la riflessione critica sulla magistratura e sul sistema giudiziario italiano viene assumendo un significato più completo, si potrebbe dire più universale rispetto alla pur significativa critica ideologico-politica del potere giudiziario.
La critica che Pier Paolo Pasolini rivolge alla magistratura italiana non si esaurisce dunque nelle pur durissime requisitorie ideologiche e politiche che hanno costellato le pagine del “Corriere della Sera” o del “Mondo” nella prima metà degli anni Settanta. Se ci si fermasse a questo livello, si ridurrebbe il suo pensiero a una delle tante espressioni del dissenso militante di quell’epoca. In realtà, la penetrazione pasoliniana si spinge molto più a fondo, inaugurando una vera e propria clinica psicologica e antropologica del giudicare. Pasolini intuisce che la deviazione più pericolosa del magistrato non si annida nella sua eventuale ignoranza o nella grossolana sottomissione al potere politico, bensì nel paradosso del giudice tecnicamente eccellente, colto, depositario di un rigore procedurale ineccepibile, che pure si abbandona a decisioni avventate e sconsiderate. Continua a leggere
La cultura giudica i giudici italiani
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1. Il “Mistero del processo” e la perdita del limite: la lezione di Salvatore Satta
La crisi profonda che attraversa la magistratura contemporanea non può essere liquidata come una mera questione di equilibri politici, di riforme ordinamentali o di scontro tra poteri dello Stato. Essa affonda le sue radici in una mutazione ben più profonda, di carattere antropologico e culturale, che ha investito l’intero ceto giudiziario, portandolo a smarrire progressivamente il senso del limite e la coscienza della propria parzialità. Per comprendere la natura di questa deriva, è necessario sottrarsi alle contingenze della cronaca giornalistica e risalire alla straordinaria intuizione teoretica che Salvatore Satta ci ha consegnato nelle pagine densissime de “Il mistero del processo”. Satta, con la lucidità propria del grande giurista che sa farsi filosofo, ci ha insegnato che il processo non è un semplice congegno tecnico, uno strumento neutrale predisposto per l’applicazione meccanica del diritto positivo, né un mezzo per raggiungere uno scopo ad esso esterno, sia esso la giustizia sociale o la moralizzazione pubblica. Al contrario, il processo è esso stesso il luogo in cui si consuma la dimensione tragica e insondabile del giudicare. Nella visione sattiana, l’atto del giudizio si esaurisce in se stesso, e la pena non è un posterius, un fatto puramente esecutivo che segue cronologicamente la sentenza, ma è intrinseca, consustanziale all’essere stesso sotto processo. Il processo, per il solo fatto di instaurarsi, individua un colpevole e infligge una sofferenza che nessuna assoluzione successiva potrà mai cancellare. Continua a leggere