1. Il ciclo della violenza appresa e la metamorfosi del trauma
Alla radice della frammentazione identitaria che caratterizza il soggetto segnato da traumi e violenze precoci si colloca un’esperienza di superamento della soglia di tollerabilità psichica. Quando l’abuso o la deprivazione violano l’integrità dell’individuo, l’evento traumatico non si limita a produrre una sofferenza passiva, ma si inscrive nella mente come una grammatica relazionale. La violenza subìta, oltre a configurarsi come un triste fattore culturale, diviene un modello comportamentale appreso per via di esperienza personale diretta. La psiche del soggetto, nel disperato tentativo di sottrarsi alla memoria intollerabile della propria vulnerabilità e sottomissione, compie un ribaltamento difensivo radicale: per non identificarsi mai più con la vittima, si identifica inconsciamente con l’aggressore.Continua a leggere→
“La Chiesa di fronte alla guerra”, ponendo il vangelo come severo e liberante arbitrio – sia nei confronti della realtà oggettiva del conflitto, sia nei confronti delle pronunce, dei silenzi o delle incertezze della Chiesa in questo scorcio del terzo millennio – è probabilmente un tema di una gravità e di una densità spirituale vertiginosa, e significa toccare il nervo scoperto della testimonianza cristiana nella storia. Assumendo il vangelo come arbitro in rapporto ad entrambe le suddette questioni, la guerra in quanto tale e il giudizio della Chiesa su di essa, penso ci sia poi molto da dire sulla guerra in quanto espressione di violenza oppressiva e indiscriminata (guerra offensiva), certo, ma anche sulla guerra in quanto extrema ratio e legittima espressione di difesa della vita e della libertà di popoli belluinamente attaccati da nemici irragionevoli e sanguinari (guerra difensiva). Questa tensione – tra il rifiuto radicale della violenza oppressiva e l’istanza tragica della extrema ratio per la difesa degli inermi di fronte a un aggressore belluino – è esattamente il crocevia in cui il pensiero cristiano rischia di smarrirsi nell’ambiguità o di rifugiarsi in un pacifismo astratto, incapace di fare i conti con la durezza del reale. Quali potrebbero essere i nuclei fondamentali attraverso cui potrebbe venire articolandosi una riflessione critica adeguata su questa tensione? Provo ad indicarli.Continua a leggere→
Ho sempre riconosciuto la funzione civile e istituzionale delle forze dell’ordine e, d’altra parte, non le ho mai demonizzate né esaltate oltre misura. Il loro ruolo, non sempre in vero da esse rispettato e onorato (lo dico anche sulla base di precise esperienze personali), coincide con la loro fedeltà all’arma di appartenenza e alle leggi dello Stato. Ma, proprio per questo, ritengo stucchevole e impropria tanto una certa attitudine sociale a renderle oggetto di disprezzo quanto anche l’opposta attitudine, soprattutto politico-statuale, a tributare loro lodi sperticate e incondizionate. Quale che sia l’angolatura da cui lo si voglia trattare, si tratta evidentemente di un tema particolarmente sensibile e delicato per la vita civile e politico-istituzionale della nostra Nazione.
Il delicato equilibrio che regola il rapporto tra i cittadini, lo Stato e le istituzioni deputate alla sicurezza rappresenta uno dei nodi cruciali di ogni democrazia matura. La riflessione che qui si propone tocca il cuore di questo legame, evidenziando come la sovraesposizione retorica delle forze dell’ordine – sia in senso negativo (la demonizzazione) sia in senso positivo (l’esaltazione incondizionata) – rischi di sbiadirne la reale funzione civile e costituzionale. Un’analisi di questo tema per la vita pubblica italiana rivela la necessità di ricondurre il dibattito entro i binari del rigore istituzionale e del primato della legge.Continua a leggere→
Stefania ed io, vogliamo fare gli auguri in questo giorno dedicato ai nostri defunti. Sì, proprio gli auguri. Perché la morte non può essere soltanto una ricorrenza da attraversare con nostalgia, né un dolore da consegnare alla memoria. I nostri defunti hanno semplicemente terminato il loro cammino terreno. Hanno concluso una delle loro missioni, non la loro esistenza. Non sono diventati passato, non si sono dissolti nel ricordo di chi li ha amati. Crediamo che abbiano soltanto cambiato dimensione, entrando in una vita che ancora non ci è dato comprendere. Ci aspettano, e non crediamo che si limitino ad aspettarci. Ci piace pensare che continuino a esserci accanto, che partecipino, in un modo che non sappiamo vedere, al tratto di strada che ancora ci appartiene, per aiutarci a camminare. E allora oggi non vogliamo soltanto ricordarli. Vogliamo sentirci ancora in relazione con loro. Perché l’amore non conosce la parola fine e la morte non ha l’ultima parola sulla vita. Forse il cielo non è così lontano come immaginiamo. Forse è proprio dentro questa misteriosa comunione che continua a tenerci uniti. Ai nostri defunti, dunque, non soltanto un ricordo, ma un augurio: che la loro vita, ormai pienamente consegnata a Dio, continui a generare vita anche sulla nostra terra. E a noi, che siamo ancora in cammino, l’augurio di non sprecare il tempo che ci resta, di vivere con più amore, di riconoscere i segni della loro presenza e di non avere paura di quel passaggio che chiamiamo morte. Perché non siamo soltanto quelli che restano. Siamo anche quelli che, un giorno, si ritroveranno. E questa è una ragione per continuare a vivere con speranza. Con questa canzone, Canzone per Giada, il nostro abbraccio a chi ci ha preceduto e a chi, ogni giorno, impara a vivere custodendo un’assenza che non ha smesso di essere amore.
Massimo e Stefania
Anche noi condividiamo i vostri auguri pensando a Martina, ai nostri cari defunti, ai defunti delle nostre persone più care. Ave Maria.
Sebbene Bespaloff e Sartre partissero dalla medesima costellazione concettuale (la centralità della contingenza, il rifiuto dei sistemi idealisti, il crollo delle certezze metafisiche), Bespaloff rifiutò categoricamente di farsi arruolare nell’esistenzialismo di Sartre, che considerava un’ ”impostura del nuovo umanesimo” e una pericolosa deviazione dogmatica. La frattura teoretica e politica tra Rachel Bespaloff e Jean-Paul Sartre si consuma nella seconda metà degli anni ‘40 (in particolare attraverso lettere e saggi critici pubblicati a ridosso del 1947), nel momento di massimo fulgore dell’esistenzialismo sartriano. La rottura si articola su tre nodi filosofici ed etici insuperabili: 1. La natura della libertà: radice etica vs. nichilismo dell’Io. La visione di Sartre è contenuta nella sua celebre opera “L’essere e il nulla” (1943), in cui la libertà umana è assoluta e coincide con la nullificazione del reale. L’essere umano, letteralmente gettato nel mondo, è “condannato a essere libero”. Tuttavia, poiché l’altro è vissuto originariamente come minaccia alla mia libertà (la celebre massima «l’inferno sono gli altri»), il legame sociale si riduce a un conflitto permanente di volontà. Bespaloff contesta radicalmente questo impianto, ravvisandovi un nichilismo camuffato. Per lei, se la libertà non si radica in un profondo e tremendo senso di responsabilità etica di matrice anche giudaico-cristiana (l’eredità di Kierkegaard), essa degenera in puro arbitrio o in una titanica e sterile affermazione dell’Io. La libertà sartriana, svuotata di trascendenza e sia pure di una trascendenza non chiaramente determinata, non unisce gli uomini nella sventura comune ma li atomizza nel conflitto.Continua a leggere→
Rachel Bespaloff (1895–1949), filosofa ebrea nata in Bulgaria da genitori ucraini e cresciuta culturalmente a Parigi prima dell’esilio americano, è stata una delle voci più precoci e ingiustamente rimosse del pensiero esistenziale europeo.
Ben prima che l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre e Albert Camus diventasse una moda accademica e culturale nel secondo dopoguerra, Bespaloff aveva già formalizzato i nuclei centrali di quella sensibilità attraverso una traiettoria del tutto autonoma. Il suo risveglio filosofico avviene a Parigi nel 1925 grazie al sodalizio con un altro grande pensatore ucraino esiliato, Lev Šestov, da cui eredita il rifiuto per i sistemi razionali astratti e l’attenzione per la lacerazione profonda dell’esistenza.Continua a leggere→
La figura di Giorgia Meloni come Presidente del Consiglio rappresenta uno snodo centrale nella storia politica italiana recente. Le valutazioni sul suo operato sollevano un acceso dibattito tra sostenitori e critici, riflettendo visioni contrapposte sulla direzione politica, economica e sociale del Paese. Per comprendere la complessità di questa fase storica, è possibile analizzare l’azione del suo governo sia attraverso i risultati rivendicati dalla maggioranza, sia attraverso i rilievi mossi dalle opposizioni, mettendoli a confronto con le dinamiche degli ultimi trent’anni.
L’azione di governo: analisi e bilancio
L’azione dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si è mossa lungo tre direttrici principali, mostrando elementi di continuità e di rottura rispetto ai governi precedenti.Continua a leggere→
Ogni epoca storica sviluppa una particolare sensibilità nei confronti del bene e del male. Se la modernità fu caratterizzata dalla ricerca di princìpi morali universali e dalla convinzione che fosse possibile fondare razionalmente il giudizio etico, la società postmoderna sembra invece distinguersi per una crescente difficoltà a riconoscere l’esistenza stessa di un ordine morale oggettivo. In questo contesto acquista particolare rilievo il fenomeno dell’amoralità. Per amoralità non deve intendersi immoralità. L’individuo immorale riconosce il bene e sceglie il male. L’individuo amorale, invece, tende a considerare irrilevante la distinzione stessa tra bene e male. Egli non trasgredisce necessariamente una norma; più spesso ne sospende il significato. L’amoralità rappresenta dunque una forma di anestesia etica. Non consiste nella ribellione ai valori, ma nella loro progressiva evaporazione dall’orizzonte della coscienza personale e collettiva. Tuttavia, se si osserva con attenzione la società contemporanea, si comprende come la questione sia più complessa. L’amoralità non si manifesta soltanto come assenza di valori. Molto spesso essa coincide con la subordinazione dei valori stessi a un principio superiore e non dichiarato: l’espansione egocentrica dell’io.Continua a leggere→
Le persone che hanno ispirato la composizione poetica che era stata qui pubblicata e di cui ora si conserva solo il titolo, mi hanno chiesto di rimuoverla dal blog, non risultando la stessa di loro gradimento. La loro richiesta viene rispettata ed eseguita alle ore 18, 30 di oggi, mentre questa nota resterà regolarmente pubblicata. F. d. M.