1936: il memorabile appello storico di Palmiro Togliatti

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Nel 1936, in pieno apogeo dello Stato fascista dopo la conquista dell’Etiopia, Palmiro Togliatti, il prestigioso segretario del partito comunista italiano, rivolgeva un appello, forse in parte opportunistico ma di enorme importanza politica e culturale, alle masse popolari fasciste di quegli anni. Tale appello ancora oggi appare sconosciuto alle attuali forze politiche della sinistra italiana, ai suoi esponenti e dirigenti, alla sua stessa base popolare, o, nell’improbabile caso che sconosciuto non fosse, esso risulterebbe necessariamente inascoltato e disatteso da parte degli aderenti al cosiddetto fronte progressista.   Continua a leggere

Lo spazio della libertà e la prefigurazione dell’Eterno. Nota alla poesia “Giovani ucraini al fronte” di Francesco di Maria.

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di Ireneo della Sila  

Esistono liriche che si rifiutano di farsi consumare dalla distrazione della cronaca quotidiana. “Giovani ucraini al fronte” è una di queste: un testo di straordinaria potenza civile, morale e teologica, capace di sottrarre il dramma del conflitto in Ucraina dalla retorica geopolitica o dal pietismo mediatico, per elevarlo alla dignità della tragedia classica e del martirologio cristiano.

L’autore articola il componimento su tre piani speculari: lo storico, l’umano e l’escatologico. Fin dalla prima strofa, il richiamo all’antica Rus’ di Kiev non opera come un semplice orpello erudito, ma come il risveglio di un’anima popolare ancestrale. Il dovere della difesa non è un’imposizione esterna, bensì un imperativo interiorizzato, così radicato da farsi sacro. È la giovinezza — con le sue “fresche e legittime speranze” — che accetta il mistero di una chiamata superiore.

La seconda strofa tocca vertici di assoluto lirismo critico. La figura della giovane donna nella “spietata arena” viene sottratta alle “foto ornamentali di girasoli”, simboli abusati da una propaganda idilliaca e superficiale. L’autore compie qui una lucida disamina della nostra modernità occidentale: al cinismo dei “commerci vani” e alla vacuità delle “chiacchiere” del mondo, la giovinezza contrappone la carne, la “passione” e il “dolore”. Non è un sacrificio sterile, ma un atto terapeutico: soffrire per “rendere il mondo più sano, per renderlo migliore”.

Il fulcro teologico dell’intera opera risiede tuttavia nel nucleo finale, introdotto da un verso di mirabile densità speculativa: “chi ama la sua patria / come prodromica della celeste patria”. L’uso del termine prodromica riscatta l’amore per la terra natia da ogni deriva nazionalistica o idolatrica. La patria terrena non è il fine ultimo, ma diventa segno, palestra e prefigurazione della Civitas Dei. L’amore per le proprie radici educa l’anima all’amore per la comunione eterna.

L’approdo finale svela la tesi più radicale dell’autore: la resistenza di questi giovani non è finalizzata alla promessa di una felicità terrena automatica o a un utopico paradiso in terra. Il loro sacrificio si batte per qualcosa di propedeutico e fondamentale: la salvaguardia dello spazio della libertà umana. Sotto la schiavitù dell’oppressore, l’uomo è privato della sua dignità di decisore morale. La resistenza rende invece possibile, oggi come ieri, vivere per scegliere liberamente e responsabilmente la propria postura esistenziale.

La chiusura, suggellata dalla potente rima dantesca strada/masnada, assume così la forza di un aut-aut kierkegaardiano. Un bivio netto, tagliente: da un lato la via (strada) dell’elevazione evangelica, dall’altro l’abbassarsi alle inclinazioni demoniache della violenza e del nichilismo mondano (l’infernal masnada).

Una poesia necessaria, densa e matura, che ha il coraggio di restituire alle parole dello spirito il loro peso specifico, ricordandoci che la libertà non è assenza di legami, ma la spaventosa e splendida facoltà di scegliere il proprio destino eterno

 

 

 

 

Giovani ucraini al fronte

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di  Francesco di Maria

 

Della vostra vita non avete potuto disporre

secondo fresche e legittime speranze

perché l’anima popolare

dell’antica Rus’ di Kiev

è così radicata nella vostra anima

da non consentirvi di dimenticare

che la sua difesa è sacra.

 

Il mondo, anche a te giovane donna

scesa nella spietata arena di lotta estrema,

senza rimpiangere foto ornamentali

di girasoli adatti ad esaltare la tua bellezza,

non ti sarà mai abbastanza familiare

con le sue chiacchiere e i suoi commerci vani,

ma in esso imprimerai la tua passione e il tuo dolore,

per renderlo più sano, per renderlo migliore.

 

Giovani ucraini al fronte,

chi ama la sua patria

come prodromica della celeste patria,

partecipa a voi il suo grato amore

perché nel vostro sacrificio scorge

che non c’è fede più grande

di quella che per volontà cosciente

è coltivata non per vivere da schiavi

ma per scegliere da liberi la strada

che porta al paradiso o all’infernal masnada.

Attacchi cibernetici al nostro sito?

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Il nostro sito è stato oggetto, sembrerebbe, di recenti attacchi cibernetici che hanno danneggiato in particolare gran parte delle nostre composizioni in versi. Anche al fine di capire in che modo gli scritti che vi sono pubblicati possano essere meglio protetti, queste ultime sono state provvisoriamente ritirate dal sito e collocate in officina ovvero nelle bozze, al fine di poterle di nuovo pubblicare con difese informatiche potenziate (contro soggetti volgari e disonesti che forse non ne apprezzano il delicato ma severo realismo poetico). Pertanto, contrariamente al termine ironico, “imbarazzante”, con cui Google tende ad attribuire ai responsabili del blog una certa mancanza di serietà nell’annunciare la pubblicazione di scritti in realtà non più reperibili nello stesso ma ben visibili sino a ieri, non possiamo che rilevare come inconvenienti ben più gravi si verifichino continuamente sulle reti e sui dispositivi di tutte le aziende informatiche, ivi compreso Google. Appena possibile, le composizioni poetiche saranno riproposte on line  per i sinceri e affezionati visitatori di www.vangeloedemocrazia.it.

Francesco di Maria

Il più fastidioso di Francesco di Maria

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Nessuno è più fastidioso

di chi distorce la verità,

di chi mente e rinfaccia

ciò che ha offerto

di sua volontà,

di chi pugnala alle spalle

e dimentica il bene ricevuto,

di chi non sa cosa sia il rispetto

e si illude persino di essere onesto,

blandendo il simile per il suo tornaconto.

Di chi prende tutto per sé

senza dare niente per gli altri

se non per denaro o vanità.

 

 

Un Vescovo italiano: «Dobbiamo evangelizzare i musulmani»

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Mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo, in una Lettera Pastorale firmata nella Solennità di Pentecoste, 24 maggio 2026, ha scritto senza giri di parole: i musulmani che vivono sul nostro territorio devono essere evangelizzati.

«Trascurare l’annuncio di Gesù Cristo sarebbe disprezzare la sua croce salvatrice e la sua mediazione universale. In fondo, sarebbe tradire la nostra missione di battezzati.»

E poco oltre, con un’immagine che fa fermare il cuore:

«Se vediamo qualcuno che cerca di uscire da un fiume, ma è trascinato via dalla corrente e noi abbiamo una corda per aiutarlo, sarebbe una negligenza grave non lanciare la corda (…). Quanti musulmani che vivono tra cristiani si rivolgeranno a loro nel giorno del giudizio dicendo: “Perché non mi hai lanciato la corda? Perché non mi hai fatto conoscere la verità?”.»

È un linguaggio che da decenni non si sentiva più dal pulpito di una cattedrale italiana.

Mons. Suetta non si nasconde dietro la retorica del “dialogo” inteso come silenzio sulla propria fede. Al contrario: rilancia il mandato missionario di Cristo — «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19) — e lo applica concretamente alla propria Diocesi. Dall’Anno Pastorale 2026/2027 partirà un itinerario formativo specifico, in collaborazione con la Caritas Diocesana e l’Ufficio di Pastorale Catechistica, per preparare i fedeli all’evangelizzazione dei musulmani presenti sul territorio.

Il Vescovo lo dice con una chiarezza che oggi suona quasi rivoluzionaria: l’accoglienza e il rispetto per la persona del musulmano non eliminano il dovere di annunciargli Gesù Cristo, «unico accesso al Padre». Anzi, lo esigono. Perché — sono ancora parole sue — «amare il prossimo, specialmente lo straniero, significa anche volerlo rendere partecipe della gioia del Vangelo».

Questa posizione oggi è decisamente controcorrente.

In un’epoca in cui troppi pastori preferiscono il silenzio prudente alla parola chiara, in cui l’annuncio di Cristo come unica Via di salvezza viene addolcito, sfumato, relativizzato in nome di un irenismo che non salva nessuno, Mons. Suetta ha avuto il coraggio di mettere per iscritto — con la sua firma di Vescovo — ciò che ogni cattolico dovrebbe sapere, custodire e ripetere, memore dell’avvertimento paolino: «Guai a me se non annuncio il Vangelo» (1 Cor 9,16).

Una Lettera così ha bisogno di essere accolta, fatta conoscere, fatta circolare. E — soprattutto — il suo autore ha bisogno di sentire che non è solo. Che dietro di lui ci sono fedeli laici che riconoscono nel suo magistero un soffio autentico dello Spirito Santo nella Pentecoste di oggi, e che sapranno difenderlo se — come è prevedibile — qualcuno cercherà di farlo passare per “intollerante” o “fuori tempo”.

*Tratto da “Pro Italia Cristiana”

Nota

Naturalmente non sono solo i musulmani residenti in Liguria a dover essere evangelizzati ma anche gli ebrei, i musulmani, e persino i fratelli e le sorelle ortodossi e riformati che vivono sull’intero territorio italiano, nonché gli atei dichiarati. Ciò non è previsto, forse, dalla Costituzione repubblicana italiana ma è senz’altro previsto e prescritto dalla Costituzione evangelica emanata da nostro Signore Gesù, il Cristo di Dio.

Quando rimane Dio

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Penso a Gesù su quella collinetta. Si guarda attorno cercando un volto sereno, qualcuno che abbia già capito tutto, qualcuno a cui non manchi niente. Niente. Solo gente stanca, piegata, preoccupata. Volti consumati dalla vita, dai conti, dalle malattie, dalle delusioni, dai sensi di colpa.

E allora che fa? Non li rimprovera. Non gli vende una tecnica per stare meglio. Non promette scorciatoie.

Ha un’intuizione che ancora oggi ci spiazza: «Beati voi».

Come a dire: siete proprio voi quelli che Dio riesce a raggiungere più facilmente. Non perché la povertà sia bella, non perché il dolore sia una fortuna, ma perché la vostra condizione vi impedisce di illudervi di bastare a voi stessi.

Chi è vuoto può essere riempito. Chi ha fame può desiderare. Chi piange può ancora attendere una consolazione.

Chi è pieno, invece, spesso non cerca più nulla.

Per questo Gesù è così severo con i ricchi. Non con chi possiede qualcosa, ma con chi si lascia possedere da ciò che ha. La “robbbba”, come la chiamiamo noi, ha un talento particolare: occupa spazio. Riempie le mani, la mente, il cuore. Ci convince che la salvezza sia una questione di accumulo: un po’ più di soldi, un po’ più di sicurezza, un po’ più di consenso, un po’ più di ragione degli altri.

E invece il Vangelo va nella direzione opposta.

Per stare con Gesù bisogna vendere tutto. Non necessariamente svuotare il conto in banca, ma togliere importanza a ciò che pretende di essere indispensabile. Liberarsi di ciò che ci ingombra l’anima. Fare spazio.

Perché c’è qualcosa di meglio della roba.

C’è la libertà di chi non deve difendere niente. C’è la pace di chi non deve dimostrare niente. C’è la fiducia di chi sa che la propria vita non dipende da ciò che possiede.

E forse la beatitudine è proprio questo: scoprire che quando rimane Dio, non rimane poco. Rimane tutto.

Massimo D’Este