Straniero nella storia

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«Gli occhi ingannano. Cerca e ama sempre una mente che pensa, un cuore che sente e un’anima che vale» (Anonimo)

Introduzione: il paradosso della presenza distante 

La questione dell’essere o del sentirsi incompresi è meno drammatica, sul piano filosofico, di quella di non riuscire non già a capire ma a comprendere il senso del pensiero e del comportamento altrui, perché nel primo caso si può pensare ad una patologia personale, mentre nel secondo caso può ingenerarsi il dubbio che la patologia potrebbe essere collettiva. Nei casi di vigile e responsabile coscienza critica, sentirsi “stranieri nella storia” non è un segno di assenza o di disimpegno; al contrario, è il prezzo che paga chi è troppo presente, chi rifiuta l’anestesia del conformismo e vive la realtà con un’intransigenza analitica che non fa sconti a nessuno, a partire da se stessi. Quello che sperimento in me stesso non è un senso di aristocratico compiacimento per il fatto di non essere come gli altri, bensì un senso di profonda e dolorosa solitudine per una condizione di costante, persistente incomunicabilità. Da un lato so di esserci, dall’altro mi percepisco come radicalmente altro dal mondo e dalla storia. Questa duplice tensione, forse feconda o forse semplicemente improduttiva, costituisce la dinamica stessa della mia esistenza e, nel caso in cui fosse non feconda per qualcosa o qualcuno ma improduttiva, non saprei cosa fare perché convinto di poter essere sempre migliore di quel che sono ma non cambiando modalità di approccio alla realtà circostante, né sforzandomi di rendere più duttili le mie capacità relazionali e meno esigenti le mie aspettative comunicative. Continua a leggere

Se la forma soffoca la verità matematica: il paradosso dell’indebito condominiale

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INTRODUZIONE. Il divario tra verità reale e giustizia formale.

Il processo civile contemporaneo vive una profonda crisi d’identità, oscillando tra la ricerca della verità sostanziale e l’arroccamento in un formalismo tecnicistico che spesso si traduce in una vera e propria denegata giustizia. Quando il diritto cessa di essere lo strumento per ricondurre l’assetto economico delle parti all’equità e alla legalità, per trasformarsi in uno scudo logico dietro cui legittimare ritenzioni patrimoniali ingiustificate, il cittadino percepisce l’esito giudiziario non come l’emanazione di un’autorità terza, ma come una rischiosa forma d’azzardo normativo. Un caso recentemente vagliato dalla giurisprudenza di merito (inerente all’azione di ripetizione promossa da un singolo condomino contro la gestione del proprio ente di gestione) costituisce un paradigma illuminante di questo cortocircuito. Attraverso l’analisi incrociata degli atti difensivi e delle decisioni dei gradi di merito, emerge come un’evidenza contabile solare e la palese infondatezza giuridica delle tesi di controparte siano state neutralizzate da una sentenza d’appello che ha preferito parcellizzare la cronologia degli eventi pur di non applicare l’oggettività del dato economico. Continua a leggere

La causa ucraina e il disfattismo politico italiano

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Qualche giorno fa il senatore del PD Alessandro Alfieri ha chiesto ripetutamente all’ambasciatore ucraino Ihor Brusylo, ex consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, invitato dal senatore Gasparri presso la Commissione Esteri e Difesa del Senato a riferire sulla situazione bellica in corso in Ucraina e sulle necessità militari dell’esercito ucraino, a cosa gli ucraini fossero disposti a rinunciare territorialmente, nel loro interesse, pur di evitare ulteriori, catastrofici danni da parte dei russi. E’ fuor di dubbio che l’autore di una domanda del genere peraltro reiterata nell’arco molto limitato di tempo di un’interrogazione politico-parlamentare, al di là dei titoli professionali, culturali o scientifici che potrebbe vantare, sia un semplice imbecille, e certo non l’unico imbecille che in questo momento storico-politico mostra crescente insofferenza, in partiti come la Lega, i 5 Stelle, ambientalisti e comunisti, e in parte lo stesso PD, verso il prolungarsi di una guerra che, secondo politologi, intellettuali, analisti geopolitici e storici militari di chiara fama mediatica, si sarebbe dovuta concludere necessariamente a favore della Russia imperialista di Putin. Continua a leggere

Vexata quaestio: quello giudiziario è un potere o un ordine?

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Differenza politica e giuridica tra la magistratura come ordine dello Stato e la magistratura come potere dello Stato

1. Introduzione: l’equivoco terminologico e la sostanza costituzionale

La questione se la Magistratura costituisca un “potere” o un “ordine” dello Stato è una delle dispute più sottili e profonde del diritto costituzionale italiano, una vexata quaestio che affonda le sue radici direttamente nei lavori della Costituente e nella struttura stessa della nostra democrazia. Il dibattito contemporaneo intorno alla natura profonda e alla collocazione istituzionale della magistratura rappresenta, al contempo, un classico nodo teorico del diritto pubblico e una faglia critica della prassi politica democratica. Spesso, la riflessione giuspubblicistica e il discorso pubblico si incagliano in un equivoco semantico non privo di conseguenze: nel linguaggio comune, mediatico e persino nella saggistica politologica, si adopera con disinvoltura l’espressione “potere giudiziario”, mutuata acriticamente dalla tradizione del costituzionalismo liberale sette-ottocentesco. Per contro, il testo della Costituzione repubblicana italiana del 1948, all’articolo 104, primo comma, scolpisce una formula solenne, frutto di una ponderazione minuziosa in sede di Assemblea Costituente: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Continua a leggere

I diritti civili tra laicità giuridica e fede cattolica

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Il discernimento della coscienza nello Stato pluralista

1. Laicità e pluralismo: oltre lo Stato pilatesco e lo Stato etico

Il dibattito contemporaneo sulla laicità dello Stato si trova stretto tra due derive speculari e ugualmente pericolose: da un lato, la tentazione totalitaria dello “Stato etico”, che pretende di farsi interprete e ordinatore di una morale assoluta; dall’altro, il cinismo dello Stato neutrale o “pilatesco”, che riduce il diritto a una mera tecnica di coordinamento dei desideri individuali, lavandosi le mani di fronte alle grandi domande antropologiche. In una società autenticamente pluralista, la legge civile non costringe il credente a divorziare né nega il valore spirituale del sacramento; essa si limita a non imporre a tutti i cittadini, per via legislativa, un dogma confessionale. Tuttavia, questa necessaria distinzione non deve mai tradursi in un neutralismo agnostico, o peggio, in uno Stato pilatesco che abdichi alla propria responsabilità etico-politica in nome di una pura architettura procedurale. Se il pluralismo diventasse sinonimo di indifferenza o di pura ratifica dei desideri individuali, lo Stato perderebbe la sua funzione più alta: quella di edificare e custodire il bene comune. Non si tratta, evidentemente, di auspicare il ritorno a uno “Stato etico” di matrice autoritaria, che pretenda di imporre una verità morale assoluta, ma di riaffermare uno Stato che non sia privo di etica. L’ordinamento democratico ha il dovere di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, fondandole su un’etica laica e costituzionale condivisa, imperniata sulla dignità della persona, sulla tutela dei più vulnerabili e sul discernimento lungimirante degli effetti che le riforme — come quelle relative al fine vita o alla ridefinizione dei legami familiari — esercitano a lungo termine sull’evoluzione del costume sociale. Continua a leggere

Il Diritto e le Religioni: ebraismo, islamismo, cristianesimo

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Radici sapienziali e parabole storiche dell’ordine giuridico occidentale

Introduzione: Il Nomos e il Sacro

Il diritto contemporaneo vive nell’illusione della propria autoreferenzialità. Ridotto a mera tecnica procedurale, a formalismo geometrico o, di recente, a calcolo probabilistico guidato dall’automatismo algoritmico, il diritto moderno ha dimenticato il proprio cordone ombelicale con la dimensione del sacro. Il termine greco Nomos, prima di indicare la legge positiva, evocava la misura, il confine, l’atto originario del dividere e dell’assegnare la terra. Nelle civiltà che hanno fondato lo spazio mediterraneo e occidentale, questo atto di fondazione dell’ordine non è mai stato un esercizio di pura forza o di convenzione utilitaristica: esso traeva la propria legittimità da una Parola originaria, da una Rivelazione.

Affrontare il rapporto tra il diritto e i tre grandi monoteismi – Ebraismo, Islam, Cristianesimo – non significa compiere un’operazione di archeologia culturale. Al contrario, rappresenta un atto di eccezionale urgenza propedeutica: solo comprendendo come queste tre tradizioni abbiano declinato il rapporto tra la Volontà divina, la norma storica e la coscienza dell’uomo è possibile decifrare l’attuale crisi dell’ordinamento giuridico e la sua deriva tecnocratica. Ciascuna di queste fedi ha configurato un modello unico di transizione dal comando teologico alla regola civica, oscillando tra l’assolutezza del testo e lo sforzo fecondo dell’interpretazione. Continua a leggere

Appunti per un confronto logico e storico tra il prevalente modus operandi del magistrato attuale e quello di un magistrato idealtipico di estrazione weberiana

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Un modo intelligente di comprendere non solo la metamorfosi della magistratura, ma come la sua burocratizzazione abbia preparato il terreno alla deriva algoritmica, consiste nel tentare un confronto tra il modus operandi del magistrato odierno e l’idealtipo weberiano. Max Weber, nella sua analisi della modernità occidentale e del potere legale-razionale (M. Weber, Economia e società. L‘economia, gli ordinamenti e i poteri sociali, Roma, Donzelli, 2022, 5 voll., pubblicato postumo nel 1922 dalla moglie Marianne), descriveva l’apparato burocratico — e dunque anche la magistratura — come una macchina perfetta, prevedibile, impersonale e razionale. Ecco come si articola, in una sintesi logico-storica, questo confronto-contrasto tra il modello teorico e la prassi contemporanea. Continua a leggere

Il Diritto Asimmetrico della Tecnica: l’Intelligenza Artificiale come Scudo del Cittadino e Tabù del Giudice   

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Introduzione: il ribaltamento assiologico della prospettiva tecnocratica

Il dibattito contemporaneo sull’integrazione dell’Intelligenza Artificiale nei sistemi giudiziari sconta un grave peccato di ingenuità strutturale, indotto da una retorica neoliberale che elegge l’efficienza standardizzata a valore supremo della giurisdizione. La dottrina maggioritaria tende a considerare l’algoritmo come un’entità intrinsecamente neutrale, un solvente universale capace di azzerare l’arretrato dei tribunali e ottimizzare i flussi decisionali. Questa visione, tuttavia, occulta la natura intrinsecamente politica della tecnologia e rischia di scardinare le fondamenta della democrazia costituzionale. La giustizia non è un’equazione da risolvere, né un processo logistico da automatizzare, ma un atto eminentemente umano di interpretazione valoriale, di comprensione del dolore e di composizione dei conflitti sociali. Per sottrarre la giurisdizione a questa deriva nichilistica, si impone un radicale ribaltamento della prospettiva comune. Mentre il discorso pubblico dominante concepisce l’IA come uno strumento di potenziamento del potere statale e dell’organo giudicante, il presente saggio teorizza una traiettoria diametralmente opposta, fondata su una declinazione asimmetrica dello strumento tecnologico. L’Intelligenza Artificiale deve essere configurata come un’opportunità di emancipazione, di compensazione e di difesa per il singolo cittadino, rimanendo al contempo un assoluto tabù, un divieto categorico e invalicabile per l’organo giudicante e per l’apparato inquirente dello Stato in sede formale. L’algoritmo, in altri termini, deve operare come scudo della persona contro l’asimmetria del potere, mai come spada dell’autorità. Continua a leggere