1. Il nodo più spinoso del cattolicesimo professato da Franco Cordero non fu quello di aver egli adottato la ragione critica anche nell’analisi, nella comprensione e nell’interpretazione di questioni strettamente dottrinarie e teologiche, ma quello di aver inteso in modo unilaterale, parziale, e paradossalmente dogmatico la possibilità di dilatazione critica della stessa razionalità. Egli non sbagliava nel proporre e difendere un’idea di coscienza libera da ogni condizionamento dogmatico, a cominciare da quello esercitato dal potere ecclesiastico, ma nel pretendere che la coscienza, la stessa coscienza religiosa e cattolica fosse libera di esercitarsi paradossalmente anche in aperto contrasto con fondamentali aspetti dogmatici della fede e della dottrina da essa liberamente accolte e professate. Infatti, se un intellettuale cattolico può lecitamente interloquire con le autorità ecclesiastiche e con la mentalità prevalente di un intero mondo religioso, non altrettanto lecitamente può pretendere di generalizzare le proprie convinzioni in rapporto ad una riflessione collettiva bimillenaria qual è quella della Chiesa cattolica.
Come intellettuale, Cordero sarebbe entrato in conflitto con la Chiesa non conformandosi correttamente alle modalità e alle caratteristiche logico-metodologiche del pensiero critico, come la sua problematicità antinomica o aporetica, la sua capacità di selezione e integrazione critica in un’ottica conoscitiva di tipo regolativo, la sua funzione di revisione e approfondimento continui di posizioni o risultati già acquisiti, la non assoluta definitività della ricerca, ma deviando da esse fino ad assumere posizioni di insostenibile intransigenza dogmatica. Sia ne “Gli Osservanti” (1), che avrebbe provocato la polemica con le gerarchie ecclesiastiche, sia in “Genus” (2), che sarebbe stata la controreplica di Cordero alle inevitabili e legittime accuse di eterodossia a lui rivolte da mons. Carlo Colombo, sono realmente contenute non solo osservazioni graffianti e anticonformiste sulla morale cattolica ma una contestazione radicale della morale cattolica in quanto tale, in particolare sui temi della carne e del sesso, della colpa e delle nevrosi religiose, con annessa e connessa negazione dell’origine divina o assoluta della morale e delle regole, riducendole a meccanismi antropologici e psicologici (parlando di “rituali nevrotici” e dinamiche di sottomissione). Ora, è senz’altro possibile sostenere che, nel nome di Cristo, siano state elaborate e diffuse storicamente, talvolta nella storia stessa del cristianesimo e del cattolicesimo, credenze e pratiche morali assolutamente non riconducibili a Dio, ma non è ammissibile che chi si professi cattolico giunga a negare l’origine divina o assoluta della morale e delle regole morali, quali che esse siano, riducendole a semplici e atavici meccanismi psicologici e antropologici. Un cattolico, un credente nella divinità di Cristo, può mettere in discussione la radice divina, la sovrannaturale sacralità della vita umana? Continua a leggere